Control: Ian Curtis e i Joy Division

La locandina del film

Love will tear us apart again. Una vita per la musica, la poesia e l’Amore.

Post-tutto. Questa è la storia di Ian Curtis, nel film di questa settimana, “Control” (2007) di Anton Corbijn con un grande, immenso Sam Riley.

Mad-chester. Un film appassionante che ci farà ripercorrere le note dei Joy Division, famigerata band post-punk di Manchester che ha segnato col suo sound malinconico e deciso la storia della musica degli ultimi trent’anni.

La nuova onda. Siamo nella seconda metà degli anni ‘70, nel fiorire nell’epoca punk. Ian è un ragazzo romantico, uno studente a cui piace la poesia e la vena artistica punk e new wave che si sta affermando in questo periodo. Alla costante ricerca di una sua identità ascolta i vinili dei suoi miti (Buzzcocks, Doors, Sex Pistols, David Bowie, Velvet Underground, Iggy Pop), si veste come loro e cerca lo “sballo” attraverso certi farmaci. Ma ecco più nei dettaglio tutta la storia…

Primi vagiti. Ascoltando un album di David Bowie il protagonista conosce Deborah “Debbie” Woodruff, di cui si innamora follemente. Si sposeranno presto, entrambi all’età di 19 anni. Lui sogna il palcoscenico da tanti anni. Con un gruppo di ragazzi conosciuti a un concerto dei Sex Pistols fonda il suo primo gruppo: i Stiff Kittens. Nome che cambiarono subito in Warsaw (derivato da Warszawa, un brano strumentale di David Bowie). Assieme a lui suonano Bernard Sumner (aka Bernard Albrecht), Stephen Morris e Peter Hook.

Salita e discesa. Alla pubblicazione del primo Ep “An Ideal for Living” la band cambia di nuovo nome: JOY DIVISION (il nome con cui vennero chiamate le baracche femminili dei campi di concentramento nazisti, dove le donne venivano usate come mero oggetto sessuale da parte delle SS). I Joy Division divennero una band di culto che segnò l’inizio della scena post-punk. Ma Ian cominciò ad avvertire i primi disturbi psichici: era affetto da epilessia fotosensibile. La causa si pensava fossero i farmaci che assumeva pochi anni prima.

Tragico epilogo. La sua notorietà, la sua malattia, il suo amore dirompente e a tratti platonico per la moglie Debbie, la nascita della figlia Nathalie, l’adulterio con una giornalista e la richiesta di divorzio da parte della moglie lo portarono a uno stato di depressione cronica fatale. Si suicidò all’età di 23 anni.

Così vicino, così lontano. Non poteva esserci esordio migliore per Anton Corbijn, fotografo e videomaker. Un’opera prima acclamata al festival di Cannes, un delicato bianco e nero che si riferisce a un’altra epoca o comunque a un mito di un altro tempo. Liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Deborah Woodruff Curtis, “Touching From a Distance”, il film di Corbijn non si adagia solo sulla figura del mito, non ne maschera il vissuto con false apparenze, ma ne traccia i limiti e i drammi senza patetismi. Una sensibilità che troppo spesso manca al cinema.

Alle radici del suono. Un incredibile ritratto anche di una band di cui si percorre fin dall’Iperuranio la creazione di alcune canzoni che hanno segnato la Storia (“Dead Souls”, “She’s lost control”, “No love lost”, “Atmosphere”, “Love will tear us apart again”). Musiche che ci vengono riconsegnate genuine dai New Order, ovvero i post Joy Division capeggiati da Peter Hook. Il carisma e il tormento del cantante rivivono sul volto di un immenso Sam Riley e nei suoi gesti, resi ancor più reali da un utilizzo della macchina da presa che senza nessun tipo di artificio ci consegna Ian Curtis, nudo e puro.

Francesco Iannò

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