“Somewhere”, la vita da qualche parte

Uno dei momenti più intensi del film di Sofia Coppola

Puro minimalismo sopra l’apatia del divo.

Leone d’oro. Il film di oggi è “Somewhere” (2010) di Sofia Coppola, trionfatore all’ultimo Festival di Venezia.

Eros e Thanatos. Johnny Marco (Stephen Dorff) vive all’hotel Chateau Marmont, Los Angeles. Tra spettacolini erotici e avventure amorose brevi e disimpegnate , trascorre le giornate in un’apatia ovattata e silenziosamente distruttiva.

Ritorno alla (non) vita. L’inaspettata permanenza della figlia Cleo impone un cambiamento nel ritmo quotidiano dell’attore. Videogiochi, nuotate, pomeriggi sotto il sole e addirittura un’incursione alla serata dei Telegatti italiani riempiono le giornate di padre e figlia. L’equilibrio apparente dura fino alla partenza di Cleo per il campeggio. E il ritorno alla non-vita di Johnny.Divi e regine. L’analisi intima del divo ha lo stesso intento di quella che la Coppola aveva tentato con Maria Antonietta nel suo film precedente. Divo o regina è lo stesso. E’ lo stesso anche per delle ragazze rinchiuse in casa da genitori troppo apprensivi come ne “Il giardino delle vergini suicide” o per una moglie trascurata dal marito fotografo in “Lost in Translation”. Passando però da una pellicola pop a un genere assolutamente minimalista e introspettivo.

Trilogie a confronto. Vorrei azzardare che la Coppola ha in un certo senso reso omaggio, in questa specifica pellicola, al genere introspettivo lanciato da Gus Van Sant con “Elephant” (2003), passando per “Last Days” (2005) e terminato con “Paranoid Park” (2007). Inquadrature ferme e lente che scrutano e seguono intimamente il protagonista. Colonna sonora quasi azzerata (a parte alcuni exploit di Strokes e Phoenix, il cui cantante è il marito della Coppola), ma le cui note non sono mai messe a caso e danno una lettura precisa alla sequenza.

Guardare e vedere. C’è chi pensa che nel cinema siano importanti i dialoghi. E’ vero, ma sono importanti sopratutto le immagini. Questa pellicola è un inno al linguaggio delle immagini. I pochi dialoghi, futili del resto, non hanno valenza al contesto della semantica: le espressioni, i gesti, le pause sono fondamentali. John è un attore famoso che non sa cosa fare da grande. Una persona già arrivata che si sente annichilita dal suo nome, da ciò che è diventato. E sua figlia è forse ciò che vorrebbe essere: ridiventare qualcuno che vuole costruire qualcosa. Il rapporto che ha con la figlia è la sola cosa che lo rende vivo.

Film (auto)biografico. Inutile sottolineare come è sicuramente collegato al rapporto che Sofia aveva col padre Francis quand’era piccola, una figura potente che attira su di sé sempre l’attenzione di una miriade di persone. Ma la storia assume un contesto universale. Il momento di riflessione tocca chiunque, le scelte di ognuno vengono messe sotto la lente di ingrandimento, così come il destino che abbiamo voluto prendere. E il titolo del film proprio questo vuole dire. Non c’è Los Angeles con la sua frivolezza, non c’è Milano con la sua volgarità, non c’è nessun hotel: c’è soltanto una storia, in cui chiunque dovrebbe riconoscersi, da qualche parte…

Francesco Iannò

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