Inception, il nuovo mondo di Nolan

Un fermo immagine del film di Nolan

Paradosso.

Mondi paralleli. Un grande, grandissimo paradosso. Il cinema di Nolan racchiude anche questo e il mondo dei sogni ne è protagonista. “Inception” (2010) di Christopher Nolan, in questi giorni nelle sale, porta tutti a conoscere gli infiniti mondi paralleli della nostra mente.

Post-Matrix. Undici anni dopo la forza dirompente della fantasia si unisce col potere immaginifico del grande schermo in un connubio seducente e geniale. Un terreno dove pochi registi hanno avuto il coraggio di mettere piede. I “creatori di mondi” non sono tanti, da Fritz Lang e il suo Metropolis (1927) ai fratelli Wachowski ne è passata di acqua sotto ai ponti, e Nolan, già entrato di diritto in questo Olimpo con “Memento” (2000), persevera con questo suo capolavoro, sicuramente il suo film più maturo. Tutto sul film nell’articolo di seguito.

La trama. Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) è un ladro molto particolare: ruba importanti segreti alle persone dal profondo subconscio durante lo stato onirico, ovvero quando la mente è maggiormente vulnerabile, attraverso una pratica chiamata “estrazione”. La rara abilità di Cobb ne ha fatto una figura molto ricercata nell’ambiente del nuovo spionaggio industriale, ma ne ha fatto anche un ricercato internazionale, sospettato dell’omicidio della moglie (Marion Cotilard).

Odio e Amore. Questo gli ha fatto perdere quello che ama di più: i suoi due bambini. Ma a Cobb il destino ha tenuto in serbo l’occasione per tornare a casa e redimersi. Viene contattato da Saito (Ken Watanabe), un potentissimo industriale di origine giapponese, il quale gli chiede di tentare l’operazione opposta. Non deve prelevare pensieri celati ma inserire un’idea che si radichi nella mente di una persona. Costui è Robert Fischer Jr. (Cillian Murphy) il quale, alla morte dell’anziano e dittatoriale genitore, dovrà convincersi che l’unica cosa che può fare è distruggere l’impero ereditato. Saito avrebbe allora campo libero.

La colpa. In cambio avrebbe fatto cancellare la lavagna della polizia dai sospetti di Cobb, che potrà tornare a casa a riabbracciare i suoi due figli. Se Cobb e la sua squadra avranno successo, potrebbe trattarsi del crimine perfetto. Ma nessun livello di pianificazione rigorosa e di esperienza possono preparare la squadra al pericoloso nemico che sembra prevedere ogni loro mossa. Un nemico che solo Cobb avrebbe potuto aspettarsi: il suo senso di colpa per la morte della moglie.

Gestazione lunghissima. “Memento” e “The Prestige”, visti alla luce di “Inception”, potrebbero essere riletti come un banco di prova per quell’illusionista ad alto livello chiamato Christopher Nolan. Un illusionista che finora, nella stesura delle sceneggiature, ha sempre lavorato in tandem col fratello Jonathan, ma che adesso ha deciso di fare da solo. Il suo, poi, è un oggetto davvero originale e soprattutto impegnativo: l’architettura dei sogni e il subconscio come universo parallelo. “Hai mai pensato di fare un sogno talmente realistico da sembrarti vero? E una volta risvegliato sapresti riconoscere qual è la vera realtà?”: ve le ricordate queste parole? Le ha pronunciate Morpheus (il dio dei sogni) in “Matrix”. Un legame forte, fortissimo, tra i due film: la vita è sogno, il sogno è vita. Non ci vuole un Freud per capirlo. Nolan per girare questo film ha dovuto aspettare 12 anni perché non voleva competere col mostro sacro dei fratelli Wachowski. E comunque è da sottolineare che il regista aveva in mente questo soggetto già all’età di 16 anni (ovvero nel 1986).

Legami inscindibili. Altri punti che legano “Inception” a “Matrix” sono anche l’utilizzo di certi effetti speciali, come, tra tutti, la slow motion. In entrambi i film segnano lo scandire del tempo che dilata lo spazio temporale oltre la fisica conosciuta. Se in “Matrix” enfatizzava un limite di velocità che si sgretola al cospetto della finzione della realtà virtuale (ricordatevi Neo che riesce a schivare le pallottole), in “Inception” regola le lancette nei diversi livelli onirici. Il grande crimine che devono compiere è un innesto profondo ben tre livelli: due sogni sotto il primo sogno. Cobb arriverà, per combattere il suo fantasma (la moglie) anche a un quarto livello. Ogni livello ha uno scandire del tempo diverso: si dilata esponenzialmente a ogni livello in cui si scende. Quindi se al primo livello è una questione di secondi, al terzo si può agire in un’ora. Come si esce da un livello all’altro? Con un “calcio”, ovvero una sensazione di caduta, di vuoto, che ti risveglia al livello soprastante.

Ipnotista. Sicuramente Nolan ha studiato psicologia e ipnotismo per aver inserito questo dettaglio importante all’interno del film, ma non è l’unico ad aver avuto l’intuizione di un maggior numero di “piani”, quindi di mondi paralleli. Basti pensare a Josef Rusnak e al suo “Il Tredicesimo Piano” (1999), dove la realtà era due livelli sopra quello creato da i protagonisti del film.

Achille e la tartaruga. Una chiave di lettura filosofica nuova, rispetto probabilmente a “Matrix”, potrebbe riprendere i presocratici, come Zenone di Elea e i suoi paradossi. Ricordate quello di Achille e la tartaruga? Chi arriva prima tra i due a un punto ipotetico B da un punto ipotetico A? Se dividiamo lo spazio a metà avremo uno spazio, ma anch’esso può essere diviso a metà. Insomma Zenone, attraverso una radice esponenziale di un qualsiasi valore AB, scopre che non ci si può muovere. Che ogni attimo è un mondo parallelo, uno “stadio” diverso. Questo suggerisce il senso temporale del film, che lascia spazio a vite nelle vite: si può invecchiare all’interno di un sogno. Per poi tornare giovani. Ed ecco il mito della caverna di Platone: la realtà dentro la realtà. O il velo di Maya di Schopenhauer. Insomma il film solleva filosofie e tematiche affascinanti, ed ecco perché ti fa uscire dalla sala con qualcosa in più. Ti fa riflettere. E ti fa sognare. E poi chissà, forse è lo stesso se quella trottola non si ferma (dedicato a chi l’ha già visto.

Francesco Iannò

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