Vallanzasca e i suoi angeli del male

Una scena di "Vallanzasca - Gli angeli del male"

“Io non sono cattivo, ho solo il lato oscuro un po’ più pronunciato”. Questo è Renato Vallanzasca, il capo della Banda della Comasina.

Angelo del male. Un uomo affascinante, misterioso e “deontologicamente” fin troppo corretto, che ha scelto una vita all’insegna del crimine, dell’anarchia più totale. Ma se non è tutto oro ciò che luccica, nemmeno il bel Vallanzasca può passare per angelo, anzi…

Critiche a valanga. Tutto questo è “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michele Placido, con Kim Rossi Stuart che recita in maniera magistrale la parte del criminale milanese. Un film che ha ricevuto tantissime critiche, accusato di esaltare le gesta di uno dei criminali più pericolosi degli anni Settanta. Quattro ergastoli e la condanna a scontare 260 anni di carcere sono, forse, la conferma di tali critiche e il film di Placido una riproposizione della ascesa e della disfatta di un personaggio, che, a dispetto delle comprensibili polemiche, tutto risulta essere tranne che un “eroe”. Ecco la storia di questo personaggio oscuro…

1985. Renato Vallanzasca, 35 anni, è detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. È lui stesso a raccontarci le sue prime imprese adolescenziali che gli frutteranno la prima reclusione nel carcere minorile. È l’inizio di una carriera che, con il supporto di alcuni amici d’infanzia, lo condurrà a divenire “il boss della Comasina”. All’inizio degli Anni Settanta inizia ad insidiare il dominio, fino allora incontrastato, di Francis Turatelo, ma la rapina a un portavalori gli procura un arresto con conseguente evasione dopo quattro anni e mezzo.

Guerra tra bande. La battaglia con il clan Turatelo si fa sempre più dura così come sempre più sanguinose divengono le rapine ascritte alla Banda Vallanzasca. Il milanese deve vedersela anche con le scorribande impazzite di Enzo, suo compagno di “avventure”, che perde progressivamente sempre di più il controllo. Vallanzasca sta scontando, oggi, una condanna complessiva a quattro ergastoli e 260 anni di reclusione con l’accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione. È detenuto da 38 anni.

Rossi Stuart al top. La costruzione del personaggio è il perno del film. E se non ci fosse stato un magnifico Kim Rossi Stuart non avrebbe avuto modo di manifestarsi così limpidamente. Probabilmente la sua migliore interpretazione di sempre. Tra le inquadrature di una regia che bene indaga il protagonista con campi medi, lunghi, primi piani e dettagli ottimamente curati, si scopre l’attore nei panni di Vallanzasca, la cui somiglianza con l’originale e i toni recitativi davvero non conoscono eguali.

Romanticismo noir. Una eccezionalità che, se escludiamo l’occhio ceruleo, non è dovuta a una comunanza di tratti somatici, bensì al lungo e ossessivo studio eseguito dall’attore sulla gestualità e il carattere del recluso ancora oggi vivente. La sceneggiatura è costruita attorno al romanticismo e alla spietatezza del personaggio: Vallanzasca matura sempre di più la consapevolezza di trovarsi in equilibrio sul filo del rasoio, dove da una parte sta il bene e dall’altra il male. Scegliendo deliberatamente il male.

Francesco Iannò

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