“Volevo dirtelo”, in ricordo di Alda Merini

Alessandra Camanini e la copertina di "Volevo dirtelo"

Togliamoci la maschera, mettiamoci una mano sul cuore e parliamo.

Diciamoci tutto, svuotiamoci e paghiamo dazio per il male che abbiamo causato. Solo così potremo riprendere in mano le redini della nostra vita. È un prezioso consiglio, quello che ci dà Alessandra Camanini De Paoli, scrittrice all’esordio che ha avuto una mentore d’eccellenza: Alda Merini.

Alessandra ha conosciuto la grande artista milanese nel suo ultimo anno di vita. “Volevo dirtelo” è il titolo di quest’opera prima, “il romanzo delle parole pensate e mai dette, dei sentimenti provati e mai espressi”. Profondi concetti che suggellano l’incontro di un’anima sensibile con quella di una straordinaria “matta” della letteratura italiana, che ha dedicato anima e corpo alla scrittura.

Alessandra Camanini De Paoli è nata nel 1977 a Montichiari (BS). Oggi vive tra Italia (Bardolino, nella provincia di Verona) e Australia. L’ha intervistata per Paparazzi News Francesco Iannò.

Alessandra, cos’è che ti spinge a scrivere…

Scrivere per me è una grande passione, ma è anche un grande bisogno. Ho avuto un percorso di vita difficile e privo di leggerezza che ha creato in me un’energia tale che da qualche parte ha dovuto trovare sfogo. Comunico sempre qualcosa in base alle mie esperienze, ma senza sfociare nell’autobiografico.

Parlaci di “Volevo dirtelo”…

La storia parla di Guelfo, che ha lasciato andare la propria vita, vedendone scorrere le immagini come uno spettatore seduto in un angolo. Per la prima volta, al volgere della propria esistenza, si rende conto di dover riprendere le redini di essa, divenendone finalmente il protagonista. Guelfo ormai accetta di essere un uomo in grado di amare, di provare un amore tanto intenso da diventare sadico. “Volevo dirtelo” è un messaggio a chi non dice, a chi tace sempre i propri sentimenti. E questa è una condizione, purtroppo, molto diffusa: siamo tutti un po’ addormentati in questo mondo e quello che dobbiamo fare è parlare, aprirci, senza aspettare.

Il messaggio positivo è accostato a un lieto fine?

Non c’è mai lieto fine, così come accade nella vita, che di certo è tutto tranne che una favola. C’è sempre bisogno di un restauro, di guardarsi allo specchio, di un avvicendamento a se stessi. Soprattutto in questa società piena di stereotipi dove sembra sia l’immagine a essere importante, il bisogno di togliersi la maschera è davvero grande. Dobbiamo tutti spogliarci di queste invenzioni, riscoprire la poesia, il sentimento, l’autenticità. La mancanza di lieto fine è un pagamento del dazio: chi agisce male, una volta accortosi di chi è stato e cos’ha fatto (o cosa non ha fatto) deve sempre pagare. I lieti fine, quindi, non fanno parte della mia filosofia e probabilmente non si vedranno mai nei miei libri.

Che tipo di scrittura adotti per comunicarci i tuoi messaggi?

La mia è una scrittura più maschile, che femminile. Direi viscerale. Ci sono scene di violenza, di oppressione, ma del resto è il personaggio maschile che agisce nel mio libro. La mia intenzione è quella di indagare tra le pieghe dell’anima e in queste situazioni negative ci rispecchiamo continuamente ma non osiamo dirlo mai. La violenza fa parte di noi.

Parliamo del tuo rapporto con Alda Merini. Come l’hai conosciuta?

Nutrivo da tempo il desiderio di incontrarla, la ammiravo moltissimo. E così un giorno decisi di cercarla e andai nella chiesa che frequentava. Ho conosciuto il suo parroco ed è stato lui a indirizzarmi da lei. La chiamò e lei gli disse che mi avrebbe ricevuta. La sua residenza era un appartamento ai Navigli e notai che l’ambiente domestico in cui viveva era piuttosto “umile”. Non ci misi molto a capire che si trattava di un vero personaggio. Quella volta, ricordo, le avevo portato una granatina, e lei mentre mi parlava stava fumando e gettava la cenere dentro il bicchiere. Poi spegneva la sigaretta e bevevo tutto. Era una vera provocatrice. Mi affezionai subito a lei e andai più volte a trovarla.

Che cosa conservi oggi di Alda Merini…

Il fatto che lei abbia vissuto con autenticità e questo per me rappresenta un vero modello da seguire. Quello che si legge nei suoi libri non è fantasia, è frutto di un vissuto tragico e complicato che lei ha saputo sublimare in poesia. La sua arte era un dazio che pagava, non scriveva per soldi: il suo era puramente un bisogno. In tanti la prendevano per matta e infatti è stata interdetta in manicomio. Ma sono in pochi a sapere che fu proprio quel periodo il più felice della sua vita. La follia è una cosa bellissima, ma bisogna saperla gestire.

Questa follia adesso ha trovato dimora anche in te?

Dico solo una cosa: quando l’ho incontrata mi sono vista da vecchia. Improvvisamente avevo tutto chiaro, sapevo qual era il mio percorso. Questo libro è solo l’inizio e ne ho un altro pronto.

Qualche anticipazione sul tuo prossimo lavoro…

Se stavolta parlo di una persona che ha una certa età, nel mio nuovo libro parlerò di un tredicenne. Un giovane ragazzo che ha la mentalità di un novantenne e non sta bene nel suo corpo. Ha tutte le carte in regola per bruciare le tappe e un percorso già segnato.

Ecco i riferimenti del libro appena uscito:

“Volevo dirtelo”

di Camanini De Paoli Alessandra

Editore: Gruppo Albatros Il Filo

Prezzo: € 14.90

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