Nelle sale i “Bastardi senza gloria”

Il poster dell'ultima fatica di Quentin Tarantino (fonte: web)

Distribuito in sole 377 sale in tutta Italia. Oltre 5 milioni di incasso nei primi dieci giorni di programmazione. Le grandi distribuzioni questa volta hanno toppato, perché l’ultimo film di Quentin Tarantino ha fatto il botto al botteghino.

Meno distribuito di Pulp Fiction, ma più visto. Almeno per il momento. Inglorius Basterds (ovvero “Bastardi senza gloria”, ma la traduzione in italiano non rende la storpiatura voluta da Quentin) è probabilmente il secondo vero capolavoro filmico del più grande “regista cinefilo” della storia. Non sopra Pulp Fiction, ma a fianco. Perché con Death Proof si è aperta una nuova era, e come dopo Le Iene, Inglorius Basterds arriva subito a ruota.

Qualcuno lo aveva anche criticato di revisionismo storico, ma probabilmente non sapeva quello che diceva. L’intento di Quentin di sicuro non era il riesame critico del Nazismo, ma un puro e semplice tentativo orwelliano di coniugare tanti generi cinematografici diversi con la Storia e la fantasia.

Oltre due ore e mezza di intruglio geniale in cui svettano migliaia di citazioni: dagli spaghetti western di Sergio Leone al cinema di Hitchcock. Dal made in Italy di Enzo Castellari, Lucio Fulci, Mario Bava, Antonio Margheriti e Sergio Corrucci alla capacità di patchwork di Füller, Corman, Russ Meyer e Aldrich. Una capacità di sprigionare e liberare realtà parallele, fare rivoluzioni immaginarie e vendicarsi dei mostri di Pabst, Clair, Linder, Cy Endfield, Gianni Ferrio, Chaplin, Marlene, Lubitsch, e poi di nuovo Sergio Leone, Zara Leander, Lilian Harvey, Audie Murphy, Hildegard Knef, Hugo Stiegliz, Michael Mann, Lalo Schifrin, Jerry Lewis e Leni Riefensthal. Questi almeno i pezzi di cinema riesumati e appuntati, ma il cinefilo sarebbe capace di trovarne altri mille.

Il film ripropone una lettura fantastica di quello che è stato l’epilogo del nazismo. Se i nazionalsocialisti si sono macchiati di un genocidio, nel film saranno proprio gli ebrei a ribellarsi e a porre fine all’esistenza della razza ariana. I protagonisti della pellicola sono oltre ai “Bastardi”, un gruppo di ebrei americani mandati nella Francia occupata per seminare il terrore tra i nazisti, la giovane francese ebrea Shosanna, che cambia identità e dirige un cinema per non essere scoperta, e il colonnello delle SS Hans Landa, detto il “cacciatore di ebrei”.

Brad Pitt - Aldo Raine in una scena del film (fonte: web)

Tra i Bastardi spiccano il tenente Aldo Raine, ovvero Brad Pitt, colui che guida la banda di giustizieri, e l’Orso Ebreo, ovvero Eli Roth, colui che gioca a baseball coi nazisti. Usandoli, però, come palle. Parte azzeccatissima, tra l’altro, per il regista di film horror e amico di Quentin.

I Bastardi in realtà non sono ebrei, ma indiani. L’accostamento che Tarantino pone tra le due razze è palese: una volta uccisi i nazisti gli viene tolto lo scalpo e, in più, ai sopravvissuti viene incisa con un coltello la svastica sulla fronte perché non nascondessero mai e poi mai la loro nefanda appartenenza politica.

La sceneggiatura è assolutamente perfetta. Tarantino le ha pensate tutte. E il lavoro è stato talmente certosino che questa volta il regista di Knoxville ha superato sé stesso. Il dialogo tarantiniano si è evoluto. Ricordate il lungo dialogo dell’inizio de Le Iene? O il magnifico e lunghissimo piano sequenza attorno alla tavolata delle quattro amiche nella seconda parte di Death Proof? Ecco.

Il dialogo tarantiniano ha smesso di essere fine a se stesso. Ora, infatti, l’appiattimento duraturo e conviviale perdura partendo sempre con una condivisione di un segreto con lo spettatore, che si sente in dovere di proteggerlo fino a quando, invece, esplode allo scoperto facendo letteralmente scoppiare la scena in una rarefazione improvvisa. Un meccanismo che violenta e distrugge lo scopo che ha avuto lo spettatore fino a quel momento.

Magistrale il dialogo tra i Bastardi con il comandante nazista nel bar sotterraneo, prima che si tramuti in una sparatoria in perfetto stile western e pulp. Insomma un rinnovato Tarantino, che si diverte con la Storia degli uomini e quella del cinema. Probabilmente non è un caso che Aldo Raine (il suo alter ego?), concluda il film definendo la sua ultima incisione con queste parole “Questo potrebbe essere il mio capolavoro”. Probabilmente è davvero così.

Francesco Iannò

Nelle foto la locandina e un fermo immagine dell’ultimo lavoro di Quentin Tarantino (fonte: dal web)

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