La Bohème: l’opera che prende il cuore

Alcuni protagonisti dell'opera di Puccini (foto sito Fondazione Arena)

“Questa musica emoziona e prende il cuore”.

Un’innovativa impostazione. Così si è espresso Oscar Wilde dopo avere assistito alla rappresentazione de “La Bohème” di Giacomo Puccini (1858-1924). In effetti questa celebre opera del maestro di Torre del Lago ha sin dall’inizio suscitato forti passioni per la sua innovativa impostazione.

Romanzo della gioventù. Il melodramma è strutturato in quattro quadri su libretto di Giuseppe Giacosa e di Luigi Illica. Il soggetto è tratto da un romanzo  “Scènes de la vie de bohème” di Henry Murger, uscito a puntate dal 1845 al 1849 su “Le Corsaire Satan”. La prima rappresentazione si è tenuta al Teatro Regio di Torino il 1 febbraio 1896 con la direzione di un ventinovenne Arturo Toscanini. “La Bohème” si può definire un romanzo della gioventù, in cui l’intento di Puccini è quello di mettere in scena i segreti moti dell’animo dei protagonisti che sono il poeta Rodolfo, folgorato  da una passione per la sua dirimpettaia, la fioraia Mimì, il pittore Marcello, il musicista Schaunard, il filosofo Colline e Musetta.

Impressioni e ricordi. Più che concentrarsi su precisi intenti narrativi, l’opera procede per impressioni e ricordi. E’ così che, sin dal primo atto, i protagonisti esprimono la loro difficoltà a vivere la loro giovinezza tra il gelo e gli stenti nell’atmosfera livida di una Parigi d’inverno degli anni quaranta dell’Ottocento. Rodolfo vive in una misera soffitta e, quando incontra la fioraia Mimì, la corteggia e la conforta raccontandole la sua vita (“Che gelida manina”). Alla confessione del poeta si allinea poi Mimì esponendo a sua volta la propria storia.

Struttura circolare. Nel secondo atto l’opera si arricchisce della vivace relazione amorosa di Marcello e di Musetta. La svolta avviene all’atto successivo quando si profila il dramma per l’insorgenza di una malattia mortale (la tisi) di Mimì. Il quarto ed ultimo atto chiude l’opera in modo circolare presentando i protagonisti ancora nella soffitta di Rodolfo. Qui il poeta e Mimì hanno modo di rievocare i giorni felici del loro primo incontro sino al finale in cui giunge, precipitosa, la morte di lei.

Spettacolo in Arena. L’opera termina con uno struggente grido di Rodolfo che invoca il nome dell’amata. Questa edizione areniana è stata molto ben calibrata perché, con una connotazione verista del regista francese Arnaud Bernard, è riuscita a dar vita al sogno bohèmien dei suoi protagonisti annullando al contempo, come capita solo alla vera arte, la differenza tra il reale e l’immaginario. Convincente è risultata la direzione d’orchestra di John Neschling. Buone le prove del tenore argentino Marcelo Alvarez (Rodolfo), veterano dell’Arena, dei “novizi” Maria Agresta (Mimì) e Luca Salsi (Marcello) e di Natalya Kraevsky (Musetta).

Mauro Sitta

 

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