Scorsese e i primi passi del cinema con Hugo

Character poster del film "Hugo Cabret" di Martin Scorsese (fonte: web)

In una parola: anomalo. Sì: Martin Scorsese ci ha regalato un’altra sua prova d’autore che però lascia sopra tante teste un bel punto di domanda. Stiamo parlando di “Hugo Cabret” (adesso nelle sale cinematografiche), ultima fatica del maestro americano, che segna per lui un doppio esordio. I puristi scorsesiani, infatti, storcono il naso: è la prima volta infatti che Scorsese si prodiga nel 3D e in film per famiglie.

Scorsese ci fa indossare l’abito del cinefilo. C’è da rettificare: sembra un film per famiglie. Il film, infatti, ha per protagonisti dei bambini ma non è principalmente un film rivolto a questo pubblico. Il film è in realtà mascherato da family movie, ma ha l’intento di parlare direttamente ai cinefili.

La Settima Arte: 117 anni e non sentirli. “Hugo Cabret”, tratto da “The Invention of Hugo Cabret”, romanzo illustrato scritto dall’americano Brian Selznick, è nientemeno che un viaggio agli albori della Settima Arte. Il giovane protagonista ci farà conoscere colui che ha creato il Sogno su cellulosa per primo, ossia il francese George Melies.

Una grande avventura nella Parigi degli anni Trenta. Hugo Cabret è un orfano dodicenne che vive in una stazione ferroviaria della Parigi degli anni Trenta. Quando gli muore anche lo zio, manutentore degli orologi della stazione, il ragazzo prende il suo posto, ma  lavorando di nascosto è costretto a rubare ciò che gli serve per sopravvivere. Del padre orologiaio gli è rimasto un robot giocattolo trovato nella soffitta di un museo, dimenticato chissà per quanto tempo e miracolosamente sfuggito all’incendio nel quale l’uomo ha perso la vita. Tra l’automa da riparare e Hugo s’instaura così un rapporto speciale, una relazione dai risvolti misteriosi che sembra metterlo in contatto con l’anima del papà. Ma quando riesce a farlo funzionare, scopre invece che quello strano macchinario è collegato a un certo George Melies.

La dichiarazione d’amore al Cinema. Che Scorsese abbia scelto il 3D per parlarci di George Melies non è di certo un caso. Intraprendendo questa nuova avventura tecnica, il regista comincia laddove è cominciato tutto. Fin dai primi sogni di cellulosa, da quel viaggio sulla Luna così visionario che tanto ancora oggi ci affascina, quell’uomo diede vita al montaggio, colorando a mano i propri fantasiosi capolavori, per poi morire in povertà, perché dimenticato, dopo esser stato per anni giustamente esaltato. Ecco perché oggi, dopo 74 anni dalla sua morte, Scorsese ha voluto così ricordare quel genio registico a cui tutti i cinefili dovrebbero dire grazie per aver contribuito ad inventare e a far nascere quella macchina di sogni chiamata Cinema.

Forse Scorsese fa un po’ il professore. Al vero cinefilo, però, viene sottratto il godimento principe, quello di partecipare ad una missione clandestina, dove l’oggetto del desiderio è qualcosa da andarsi a cercare. Scorsese invece esplicita fin troppo le nozioni condendo il tutto con buone dosi di mistero e avventura. S’invita lo spettatore ad ammirare lo spettacolo sensazionale, ad emozionarsi di fronte al meraviglioso gioco di quello che era l’archetipo del Cinema, ma di fatto lo si tira per un braccio lungo un cammino prestabilito e forse fin troppo didattico.

Allo spettatore, però, manca qualcosa. Tutti questi orologi e questi meccanismi sembrano essere delle metafore fin troppo chiare sia sulla vita (ognuno di noi è un meccanismo della società), sia sul cinema (qui mostrato scandire i suoi primi secondi). All’uscita dalle sale la sensazione è quella di avere un po’ “l’aria triste di chi aspetta di funzionare”, proprio quella che viene attribuita da Hugo all’automa prima del rinvenimento della chiave a forma di cuore che ne avvia il meccanismo. Quella di cui Scorsese stavolta ha dimenticato forse di tenere una copia per noi.

Francesco Iannò

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