“Il mondo sommerso” e gli abissi dell’incoscio

Martina Savoia presenta il suo libro "Il mondo sommerso" (foto: Elisa Zanola)

“Mi hanno chiamato folle; ma non è chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di cio che è glorioso, se tutto cio che è profondo non nasca da una malattia della mente a spese dell’intelletto”. Edgar Allan Poe citato nella prefazione è di sicuro il modo migliore per incominciare ad affrontare un argomento molto delicato come quello della follia. Stiamo parlando dell’opera di Martina Savoia, classe 1985, giovane autrice di un libro coraggioso, “Il mondo sommerso”, (Verona, Qui Edit, 2011, 138 pag, 12.50 euro) dove, esplorando i più reconditi angoli dell’inconscio, ci parla della malattia mentale, della sofferenza e del disagio che lei stessa ha vissuto in prima persona. Un’esperienza in grado di coinvolgere, commuovere ed appassionare.
Un viaggio oltre la dimensione dell’assurdo. Che scopo ha il tuo libro, Martina? Lo scopo del mio libro é far conoscere un mondo trascurato che è quello delle malattie mentali. Sono stata ricoverata per due mesi tra il luglio e l’agosto 2010 per depressione: avevo da poco finito una storia importante, il mio ragazzo mi aveva lasciata ed ero andata letteralmente in tilt. Ero convinta dovessi morire prima dei 25 anni e mi imbottivo di farmaci ansiolitici per stordirmi. Sono stata risucchiata in questo mondo di ombre e la cosa mi ha sconvolto così tanto, al punto da sentire il bisogno di farla conoscere a più gente possibile. All’inizio è stato doloroso, ma poi questo mio sfogo personale è stato anche liberatorio. Il libro l’ho scritto di getto in una settimana.

Dove hai presentato di recente il tuo libro? La mia ultima presentazione é stata a Milano nell’ambito dell’evento “Un libro a Milano”, una fiera della piccola e media editoria. È stata una bella esperienza, ma più di tutto mi è piaciuta la presentazione precedente, tenuta a San Martino Buon Albergo (VR), in cui il pubblico ha interagito con molto interesse e trasporto.

Un tentativo audace, il tuo, di spingersi fino agli abissi della follia. Quali emozioni vorresti arrivassero al lettore? Vorrei riuscire a trasmettere le emozioni, sia positive che negative, che ho provato durante quel ricovero. Vorrei far conoscere le splendide persone che vi ho incontrato che, pur con le loro difficoltà, hanno reso più leggera la mia permanenza lì dentro. Come Cornel, un ragazzo romeno affetto da schizofrenia o nonna Maria, un’anziana signora affetta da depressione entrata per tentato suicidio. Il mio affetto va anche agli operatori sociosanitari: per me gli infermieri sono degli eroi sottovalutati, la loro presenza, per un malato, è davvero fondamentale. Poi vorrei far capire che i malati psichiatrici non sono alieni, ma persone con emozioni e sentimenti come tutti. La morte, il dolore, la paura, sono emozioni comuni a tutto il genere umano, solo che certe persone, più fragili o più sensibili, si lasciano soverchiare da queste questioni fondamentali.

Nel tuo libro il dolore si alterna alla leggerezza; è possibile accettare con lievità la sofferenza di un disagio psichico? L’autoironia è fondamentale nella vita. Prendersi non troppo sul serio aiuta a reagire, a trovare la forza di combattere la depressione. Inoltre, le situazioni che descrivo risultano talvolta così assurde che è normale che scappi un sorriso o addirittura una risata.

Cosa si prova in un ospedale psichiatrico? Anche in questo momento sono in un ospedale psichiatrico, lo stesso in cui è ambientato il mio libro, a causa di una piccola ricaduta. Quel che si prova è difficile da descrivere perché si sperimentano una moltitudine di emozioni: dalla rabbia, alla disperazione, dalla sensazione di non essere più padroni della propria vita ad un rassicurante senso di essere accuditi e protezione. Poi ci si lega agli altri pazienti, quindi si prova amicizia, empatia, condivisione oppure antipatia e intolleranza.

Tanti autori celebri, da Alda Merini a Dino Campana, da Nietzsche ad Antonin Artaud hanno avuto a che fare con la malattia mentale. Come si conciliano secondo te genio e follia? La linea di confine è davvero molto sottile. Chi é geniale é a suo modo un po’ folle.

Il titolo del tuo romanzo è preso in prestito dall’omonima opera di James Graham Ballard? No, se devo essere sincera, quel libro l’ho conosciuto solo dopo. Il titolo mi è venuto dalla definizione che un paziente ha dato al mondo dei malati psichiatrici, che mi ha colpito molto per la profondità e la lucidità dimostrata. Quel che intendeva dire era che il mondo della malattia psichiatrica è nascosto, dimenticato, appunto sommerso, perché, per la società, é un lato scomodo da mettere ai margini.

Cosa più ti rappresenta, nel libro che hai scritto? Essendo un libro autobiografico, tutto ciò che vi è scritto mi rappresenta, ma forse nelle poesie c’è la parte più vera e più profonda di me, come nella prima poesia, Non tempo, dove descrivo il mio modo di vedere il tempo. Inizialmente non è stato scritto per diventare un libro, solo in seguito ho deciso che poteva essere utile a chi soffre, ai parenti di chi soffre e anche a chi ignora questo mondo sommerso.

 Elisa Zanola

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